POTENZA – Niente sconti per il killer di Donato Cefola, il giovane di Barile ucciso nel novembre del 1997 durante un tentativo di sequestro da uno dei suoi rapitori, Domenico D’Andrea, all’epoca dei fatti appena 31enne e condannato in via definitiva all’ergastolo. La Cassazione ha per l’ennesima volta respinto l’istanza dell’uomo, oggi 58enne. Da quando è stato condannato in via definitiva al carcere a vita con la sentenza divenuta irrevocabile il 3 luglio del 2002 (dopo la sentenza di primo grado del 9 novembre 1999 e quella d’appello dell’11 dicembre 2000), D’Andrea ha più volte denunciato, in tutte le sedi possibili, di non aver avuto la possibilità di optare, all’epoca del processo a suo carico, per il rito abbreviato che gli avrebbe garantito lo sconto di un terzo della pena. Di qui i ripetuti ricorsi per chiedere di commutare l’ergastolo in una condanna a trent’anni che di fatto gli avrebbe restituito a breve la totale libertà, dopo che nel 2018 un tribunale veneto gli aveva già riconosciuto il permesso per andare a lavorare. Durante il periodo in carcere D’Andrea si è dedicato allo studio, conseguendo anche una laurea. La norma che ha introdotto il rito abbreviato nel codice penale così come ancora oggi lo conosciamo risale al 2000 e venne introdotta quando il processo a carico di Domenico D’Andrea per il delitto Cefola pendeva già davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Potenza. La Cassazione si era già espressa fermamente sul punto nel 2015, rigettando l’istanza di D’Andrea che non si è arreso, proponendo ulteriori istanze attraverso i suoi legali fino allo scorso mese di marzo, quando è stata la Corte d’Assise di Potenza a dire no al suo ultimo ricorso. Verdetto confermato ancora una volta dai giudici della Suprema Corte. Ma cosa accadde l’11 novembre del 2007 a Barile? Donato Cefola, 16 anni, viene attirato in una “trappola” da una misteriosa telefonista. Donato sale su un furgoncino bianco dopo essere stato ingannato: uno dei due rapitori lo uccide con un colpo di pistola alla nuca. Il corpo del ragazzino viene abbandonato in un dirupo nelle campagne tra Barile e Ginestra. E quando Donato è già morto scatta la richiesta al padre di un riscatto di 400 milioni delle vecchie lire. All’epoca Domenico D’Andrea era un commerciante in difficoltà economiche, peraltro vicino di casa della famiglia Cefola. Durante il primo interrogatorio l’allora 31enne parlò di un colpo partito per caso e cercò di giustificarsi chiamando in causa pericolosi criminali della non lontana Cerignola come mandanti del rapimento. Circostanze che non trovarono alcun riscontro nelle successive indagini. Quella tragica mattina Donato Cefola aveva raggiunto Venosa, dove frequentava il secondo anno di ragioneria, insieme al padre che era dipendente di una banca della città d’Orazio. Nei pressi di un bar spunta il “Fiorino” che lo condurrà purtroppo alla morte. A ventisette anni di distanza dalla Cassazione arriva l’ennesimo stop alla voglia di libertà del suo assassino, condannato al carcere a vita per un delitto efferato quanto inspiegabile.